La guerra, la pandemia e un gruppo di giovani donne impegnate
Di Corinne Zaugg
Care amiche, cari amici,
Abbiamo alle nostre spalle mesi che non ci saremmo mai aspettati di vivere.
Neppure i più anziani tra di noi riescono a ricordare qualcosa di simile. Forse la cosa più simile a cui la memoria ci ha fatto attingere, è stata la guerra: la prima, la seconda…
E forse, per questo, il linguaggio con cui questa pandemia ci è stata raccontata dai giornali, spesso ha utilizzato proprio questo linguaggio. Con un nemico da combattere, persone da mandare al fronte e altre da tenere in trincee, mentre altre ancora costrette a rispettare il coprifuoco. E anche quel lungo convoglio di veicoli militari che usciva dalla città di Brescia, per portare le salme a crematori situati fuori provincia, ci ha fatti davvero ripiombare, nel periodo bellico.
E’ stata una scelta impropria. Anche nelle peggiori tragedie occorre avere la fantasia di guardare avanti, senza prendere a prestito scenari già conosciuti e con essi, parole già spese e già anche logorate dall’uso. Le parole contano, danno forma ai pensieri che consegniamo agli altri. Abbiamo vissuto, stiamo vivendo e ancora non sappiamo fino a quando, momenti difficili e carichi di dolore, di domande, di incertezza.
Momenti che meritano parole nuove. Parole che non attingano a scenari di odio, di morte, di sopraffazione e neppure ai poteri forti, ma che sappiano raccontarci un mondo che un mattino si trova malato, bisognoso, fragile e impotente di fronte ad un virus di cui non sa nulla. Eccetto che porta una corona in capo. E che ora, mentre le cifre (le “cifre”, non il “bollettino di guerra”) ci raccontano ogni giorno di più, che ci stiamo allontanando dal momento più duro della pandemia, ci chiede di affrontare un’altra sfida difficilissima: quella di immaginare, pensare, costruire una società diversa, che possa far guarire non solo chi di coronavirus, si è ammalato; ma anche il nostro modo di vivere che ha fatto ammalare il mondo.
Un compito immenso, che non possiamo però delegare ai soli politici (a cui va il nostro riconoscente grazie per averci traghettato fin qui) ma che dovremo assumerci attraverso le scelte di ogni giorno.
In questo scenario, impensabile e totalmente imprevedibile, viene quest’anno a cadere il centenario dell’Unione Femminile. Cento anni sono infatti trascorsi da quando una generazione di giovani donne ticinesi sentì di dover far risuonare anche a sua voce, all’interno della società ticinese.
La tragedia che si era abbattuta sull’Europa, in quegli anni, era spaventosa. Si erano appena spente le luci sulla Prima guerra mondiale. Questa sì una guerra: una guerra che si era portata via 16 milioni di persone e più di 20 milioni tra feriti e mutilati. E come se non bastasse, proprio mentre la guerra stava scemando, si accese la pandemia più virulenta che l’Europa potesse ricordare – la “Spagnola”- e che contrariamente con quanto era accaduto con la guerra, non risparmiò neppure la Svizzera, dove causò 75 mila morti: 50 milioni in tutto il mondo.
Ecco, è questo lo scenario che vide nascere cento anni fa l’Unione femminile.
Forse oggi, riusciamo meglio, anche solo di alcuni mesi fa, a capire che cosa mosse queste giovani donne a decidere che era arrivato il momento di unirsi, per dare anche il loro contributo alla guarigione di quel mondo, due volte ammalato. Di guerra e di epidemia.
(fine prima puntata)
Cari amici e amiche dell’UFCT e dell’ACT, cari abbonati di Spighe.
Questa pandemia come già sappiamo, oltre che aver distanziato le persone, ha avuto anche delle conseguenze economiche. Fra i tanti che hanno bisogno di sostegno, vi chiediamo di avere particolare attenzione per i monasteri e i conventi della nostra terra.
Essendo state proibite le celebrazioni e limitati gli spostamenti, sono infatti diminuiti gli introiti finanziari e le offerte in natura.
In particolare ci permettiamo di segnalarvi, perché molto vicini alla nostra rivista e alla nostra esperienza:
- Il Monastero dei Ss Francesco e Chiara di Cademario CCP 69–3686-5
- Il Monastero di S. Maria Assunta sopra Claro
- La Fraternità Francescana di Betania a Rovio c/o Fondazione Betania, Rovio Banca Raiffeisen Stabio IBAN CH09 8036 5000 0027 7660 1
- Il Convento dei frati cappuccini del Bigorio CCP 69-186-7
Qualora ci fossero altre realtà che abbisognano di aiuto, vi preghiamo di comunicarcelo. Provvederemo a segnalarlo sul prossimo numero.
Diamo una mano a sorella Provvidenza! Grazie!



