di Gabriella Tomamichel
“A parer mio, la religione sola può rendere sopportabile la dura vita al montanaro; il quale di questa verità più che mai è persuaso, e a lei ricorre ogniqualvolta abbisogna di conforto e di riposo. No, se la Fede non avesse solido albergo fra i monti, essi non avrebbero abitatori”.
Federico Balli si riferiva alla Val Bavona quando affermava questo legame fra la durezza della vita in montagna e la resilienza degli abitanti e contadini che s’ingegnavano a sopravvivere in questi luoghi così avari di risorse e impegnativi da gestire.
Su iniziativa promossa dall’UFCT, il 9 agosto ‘25, in una bellissima giornata estiva, un gruppetto di una quindicina di persone ha voluto percorrere a piedi un tratto della valle, fra Foroglio e Faedo, per conoscere e capire alcune caratteristiche di una realtà spesso, forse più di altre, confrontata con le forze della natura e il rapporto dell’uomo con essa.
L’uomo vi si insediò prima dell’anno Mille e vi prese dimora stabile poiché si ipotizza che il paesaggio fosse più verde e accogliente di adesso. L’abbandono avvenne presumibilmente dopo il 1500 a seguito di una serie di catastrofi naturali. I suoi abitanti si spostarono a Cavergno e Bignasco mantenendo la Bavona come un retroterra in cui recarsi durante i mesi estivi.
Sulla sua superficie di 124 kmq si distribuiscono sul fondovalle 12 villaggi chiamati “terre”. Esse sono collegate da “caraa”, ossia mulattiere chiuse da muretti paralleli, che rappresentavano le uniche vie di comunicazione fino al 1956 quando venne costruita la strada carrozzabile per i cantieri degli impianti idroelettrici.
Ogni villaggio ha le sue caratteristiche dovute alla morfologia e all’esposizione ai rischi di frane e valanghe. Lo spazio veniva occupato in modo da massimizzare la superficie dei campi. Persino i grossi massi franati a valle, chiamati baloi, venivano ricoperti di terra per poter sfalciare quel po’ di fieno da destinare al bestiame.
Le case e le stalle adiacenti ad esse, avevano dimensioni più o meno definite e tramandate nel tempo.
Le condizioni di vita, generalmente uguale per tutti, hanno dato forma, secondo il mio parere, a questo paesaggio armonioso che affascina ancora oggi il visitatore che arriva dall’esterno. Ogniuno costruiva, per la sua famiglia e i suoi animali, ciò di cui aveva bisogno, creando involontariamente una uniformità volumetrica fra gli edifici. Perfino gli oratori venivano costruiti con dimensioni compatibili con il resto degli edifici, soltanto le facciate erano maggiormente curate distinguendo così la loro funzione.
Con la transumanza stagionale si sfruttava ogni angolo di terra fino ad alte quote e la famiglia si organizzava fra chi restava al paese, chi in valle, chi ai monti, chi sugli alpeggi.
Foroglio, con la sua affascinate cascata formata dal torrente che scende dalla Val Calnègia. Da quando la regista tedesca Leni Riefenstahl ha inscenato un suo film nel 1931, non è mai cessato l’afflusso di turisti. Il suo oratorio, d’interesse cantonale, è abbellito dall’altare a portelli di legno risalente al 1553. Roseto, terra particolarmente solatía e ambientazione di una parte del romanzo di Plinio Martini” Il fondo del sacco”. Faedo, devastato da una enorme frana nel 1992 che ha distrutto metà del villaggio causando anche delle vittime umane e che dopo trent’anni ha riacquistato un aspetto gradevole e armonioso.
Queste sono le tre “terre” che abbiamo visitato e percorso prima di ritornare a Foroglio e riprendere, ciascuno soddisfatto della giornata trascorsa in compagnia, le nostre auto per il rientro a casa serbando un bel ricordo dei momenti trascorsi insieme in una domenica d’agosto in Val Bavona.
Gabriella 29.08.25