Sfogliare i primi 100 anni della storia dell’Unione Femminile Cattolica Ticinese (UFCT)

E’ una storia che non è arrivata al suo epilogo ma che, giorno dopo giorno, continua a costruirsi attraverso incontri tra persone, intuizioni e progetti, emoziona.
Emoziona, perché si tratta di una storia che continua a scriversi, aggiungendo all’ultimo capitolo scritto, già subito un nuovo capitolo ancora tutto da scrivere. Ma è anche illuminante per chi a questa avventura ha partecipato e per chi ancora oggi, la sta portando avanti. L’aver collegato, per la prima volta, tutti i frammenti di documenti, di verbali, di prese di posizione, di scambi epistolare, di ricordi personali, di voci, di scritti ha fatto sì che quei mille fili colorati che donne cattoliche, giovani e meno giovani, hanno tessuto sull’arco di questi cento anni, possano venire oggi letti nel loro insieme. È stato come girare la tela: dal suo rovescio al diritto, passando dal groviglio di fili, al disegno compiuto. Dando vita non ad un esile fiore, né ad una luccicante stella e tanto meno ad un’aureola. Ma ad un cammino coerente che ha accompagnato un secolo difficile, travagliato da eventi drammatici e segnato dai veloci cambiamenti. Un secolo iniziato con la fine di una guerra e l’inizio di una pandemia. Proseguito con un’altra guerra, la cui fine ha coinciso con l’euforia della ricostruzione e la voglia di lasciarsi tutto quanto, al più presto, alle spalle. Un boom che ha portato le città a crescere e le valli a impoverirsi. Che ha riempito le culle e fatto credere che il progresso fosse un’autostrada senza fine. Che ha portato alla rivoluzione del ’68 che ha ridisegnato poteri, ruoli, valori. Che ha portato al crollo di quei poteri, ruoli, valori, senza tuttavia crearne altri. Modificando nel concreto il volto delle famiglie e la condizione delle donne. Che ha portato le donne dall’invisibilità sociale e politica, al voto e all’eleggibilità. Attraverso cambi di mentalità, morale, costumi, mode e attitudini, fino ai giorni nostri: tempi ancora difficili da leggere perché ancora tutti da vivere. In tutti questi anni e attraverso tutti questi cambiamenti l’UFCT c’era e ha camminato con le donne del suo tempo. Di presidente in presidente, ha saputo stare al passo con la Chiesa del suo tempo e costantemente intrattenere un dialogo costruttivo con questa. Anche se nella massima discrezione e seppur lontana dai luoghi dove venivano prese le decisioni. Nei decenni è stata un luogo di donne e per le donne. Dove le donne cattoliche hanno respirato un’aria di libertà che altrove non era loro concesso. Non per rivendicare, chiedere o per essere altro, ma semplicemente per poter essere loro stesse. È così diventata l’UFCT, una fucina di donne preparate, che osavano organizzare cose, prendere la parola nelle assemblee e non ha caso, è tra le sue fila che sono uscite le prime gran consigliere negli anni ’70. Poi, con gli anni ’80, la società ha iniziato a correre. La Chiesa a perdere incisività all’interno delle società e l’UFCT a perdere aderenti. È stato difficile capire in che modo, in questo contesto così mutato, poter continuare a servire la Chiesa. E così, le donne rimaste, hanno deciso di conservare quello che avevano di più prezioso: i loro legami di amicizia, la Casa La Montanina a Camperio e di mettere le loro poche forze e i loro pochi denari, a disposizione dell’Azione Cattolica, che indebolita e boccheggiante, stava per scomparire dal panorama diocesano. A missione compiuta, il tema dello specifico femminile se n’era quasi del tutto andato. Assemblee e cassa in proprio, ma per il resto un piccolo gruppo di amiche saldate insieme da un passato in comune e da un futuro da condividere, inserite nel tronco di una Azione Cattolica, che non ha mai veramente compreso l’importanza del cammino femminile, investendo sui giovani e famiglia. Siamo così arrivati agli anni ’10 del terzo millennio. Cambiare o morire. Le donne ne erano ben consce e con lo spirito concreto che le ha sempre contraddistinte, hanno scelto di cambiare. Di nuovo. Una nuova presidente e…avanti. Per strade che credevo nuove, per loro. Ma che ho scoperto essere loro appartenute da sempre. In passato, questo significava impegnarsi per la protezione e la formazione delle donne, agire in ambito sociale e cercare e creare luoghi dove le donne potessero esprimersi. Negli anni 2010 questo diventa un agire ed impegnarsi per far sì che la Chiesa che amano e servono, possa arricchirsi anche dei loro saperi e dei loro talenti, non solo alla base della Chiesa, ma anche là dove si prendono le decisioni.
Ora siamo qui. Il pregio di questo libro è l’aver mostrato che l’UFCT ha alle sue spalle una storia di quiete battaglie che hanno saputo accompagnare la vita delle donne cattoliche nel tempo e attraverso le trasformazioni della società con intelligenza e sagacia. È questa la tradizione dell’UFCT e che oggi, con consapevolezza e convinzione portiamo avanti, nel segno dei tempi. Guardando avanti.

Alla “Montanina” di Camperio la festa per i 100 anni dell’UFCT

Voleva essere una giornata di festa e così è stata. Domenica 29 agosto, la storica casa dell’Unione Femminile cattolica ticinese (UFCT)”La Montanina” a Camperio, si è riempita, sin dal mattino, di donne: di “Donne che hanno fatto l’Unione ”, come recita il titolo del libro che Luigi Maffezzoli ha dedicata alla rievocazione dei primi 100 anni di esistenza di questa associazione nata a Lugano nell’ottobre del 1921 sulla spinta di un pugno di giovani che cercavano una propria dimensione per vivere e praticare la propria fede.
Di quelle pioniere, certamente non c’è più nessuno, ma tutte le presenti avevano in un modo o nell’altro -fino ai giorni nostri- contribuito a passare il testimone e a tenere accesa la fiaccola ideale accesa quel giorno di cento anni fa.
Sono state pertanto la gioia, la commozione ma anche la speranza di un futuro ad aleggiare sulla settantina di partecipanti, nel corso della giornata che ha visto anche la presenza della presidente onoraria Carmen Pronini, di Maria Teresa Candian della Compagnia di Santa Teresa, di una delegazione dell’Apostolato dei Laici della Svizzera romanda (CRAL), di una rappresentante del Frauenbund ( Lega delle donne cattoliche svizzere), nella persona di Myriam Christen-Zarri, oltre naturalmente a chi nell’Unione Femminile ha trascorso infanzia, adolescenza ed età matura e di anche di chi ha investito tempo ed energie nella gestione della casa “La Montanina”. Oltre naturalmente, all’attuale comitato composto da Anna Grandi di Vacallo, Rita Bertoldo di Lugaggia, Liliana Manea di Mendrisio, con la presidente Corinne Zaugg, pure lei di Mendrisio.
Dopo un bel momento conviviale ed un ricco buffet, alle 15.30 si é aggiunto anche il vescovo, mons. Valerio Lazzeri, per la celebrazione della messa. Nell’omelia si è rivolto alle donne presenti con parole di gratitudine e di riconoscenza, ma anche con un consapevole sguardo al presente, riconoscendo nelle donne una forza ed un lievito per l’intera diocesi. Al momento dell’offertorio è stato portato all’altare anche il prezioso calice consacrato nel 1922 dal vescovo mons. Aurelio Bacciarini e destinato per la celebrazione quotidiana nell’erigeda basilica del Sacro Cuore di Lugnao, dove si trova tutt’ora. Era stato acquistato attraverso una sottoscrizione di 5 centesimi per socia, che coinvolgendo 15 mila offerenti, arrivò a raccogliere 750 franchi. Il calice, da allora, accompagna tutte le ricorrenze e i momenti significativi dell’UFCT, e pertanto non poteva mancarne neppure domenica.

Passata la festa, l’UFCT guarda ora avanti e propone per il 9 ottobre un pellegrinaggio a Sachseln, sulle orme di Dorothee Wyss, la moglie di san Nicolao della Flüe. Iscrizioni telefonando allo 091 950 84 64 o scrivendo a info@unionefemminile.ch

Invito festa montanina

 

 

 

Mendrisio, 9 luglio 2021

 

Carissime amiche e amici,

Finalmente ci siamo! Dopo aver dovuto far slittare la nostra festa per i cento anni dalla nascita dell’Unione Femminile a causa della pandemia, quest’anno finalmente possiamo festeggiare tutte e tutti insieme. Sarà una festa semplice come è nel carattere e nello nostro spirito della nostra associazione e comprenderà due momenti: un pranzo offerto in comune e una santa messa da campo (tempo permettendo) presieduta da mons. Valerio Lazzeri.

Ecco il programma nel dettaglio:

Data : domenica , 29 agosto 2021
Luogo : Casa La Montanina di Camperio
Orario : 12-12.30 Accoglienza
12.30 Pranzo a buffet ( offerto dall’UFCT )
15.30 S. Messa

Sabato e domenica 28-29 agosto vi saranno due giorni di formazione e fraternità alla Montanina di Camperio promosso dal Consiglio diocesano di Azione Cattolica, aperto a tutti i giovani e adulti interessati. Chi lo desidera può aggregarsi e recarsi alla Montanina già nella giornata di sabato. L’incontro inizia alle ore 9.30

Iscrizioni entro mercoledì 18 agosto a segretariato@azionecattolica.ch oppure telefonando a 091 950 8464, o scrivendo a ACT, via Cantonale 2A 6001 LUGANO.

Felice di incontrarvi per questa bella occasione di festa

Corinne Zaugg
Presidente UFCT

Presentazione Libro UFCT

Questo libro narra una storia che fino ad oggi non era mai ancora stata raccontata. Perché queste donne cattoliche ticinesi e anche questo loro effervescente secolo di attività fino ad oggi, mai avevano trovato una ribalta. O incontrato l’attenzione di nessuno.
Vittime -anche loro- di questa rete dalle maglie larghe che trattiene le vicende dei forti e dei vincitori, lasciando scivolare via quelle dei vinti, dei deboli e … molte volte, delle donne.

Tra le tante emozioni e sorprese che questo libro mi ha regalato- ne voglio condividere con voi, due in particolare:

La prima è stata scoprire che un cammino che si è percorso: fatto di scelte, di riflessioni, di proposte si è trasformato in materia di studio, e attraverso questo processo, per certi versi, è entrato nella storia ed é diventato storia.

… questo assistere cioè alla trasformazione del “personale” che si fa collettivo -entrando a far parte in una dimensione e di una narrazione più vasta …destinata a restare.
Questa è la prima considerazione

La seconda riguarda la scoperta di una storia che ci ha precedute: in qualche modo l’avevamo intuita: ma di cui in sostanza sapevamo ben poco. E solo per grandissime, lacunose linee. E solo relativamente agli ultimi tre, quattro decenni al massimo.
E questo, in alcuni momenti, ha reso un po’ insicuri i nostri passi. Perché non sapevano se agendo come agivamo, tradivamo la nostra storia. O le facevamo imboccare una strada diversa. Forse addirittura estranea…

Avere potuto ora, grazie a questa pubblicazione scoprire questo passato, la narrazione per intero dell’UFCT è stato per noi davvero un regalo. Che ci ha mostrato in maniera chiarissima che la nostra tradizione e il nostro passato non ci consegna alle sagrestie, al banco del dolce o alla pulizia della chiese ( tutti servizi che non disprezziamo e che sono necessari) ma che nel nostro

DNA c’è impegno sociale, volontà di trovare nuovi modi di vivere ed esprimere la fede, desiderio di far sentire la propria voce, di partecipare attivamente alla Chiesa, tante competenze e una discreta capacità profetica, nel leggere ed interpretare i segni dei tempi.

Non nascondo che quando ho saputo di questo progetto, per un attimo ho temuto che questo libro potesse diventare ( suo malgrado e non certo per scelta dell’autore) un necrologio dell’Unione Femminile.
Un bel discorso da leggere al suo funerale e da appoggiare sulla sua tomba. Oggi, con un sospiro di sollievo, posso dire che non è così. Leggendolo ho percepito la forza scaturire dalle sue pagine e soprattutto è emersa quella continuità tra passato e presente, che da presidente dell’UFCT -oggi nel 2021- mi sprona a continuare sulla strada che da dieci anni a questa parte stiamo percorrendo. Che è quella di partire da noi, da quello che siamo, sentiamo, quindi dal nostro essere donne, per vivere la fede, interrogare le scritture, ma anche il tempo che stiamo vivendo e il nostro modo di vivere la Chiesa e di partecipare alla sua vita. In tanti modi diversi.

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Per arrivare ai giorni nostri e rispondere alla domanda di Luca Saltini, devo partire dalla mia esperienza personale.
Da donna sposata e madre felice, per molti anni mi sono sentita perfettamente a casa nella mia comunità, nella mia parrocchia, direi nella Chiesa universale.
Facevo la catechista, avevo scritto due libri sulla famiglia, e sul Giornale del Popolo tenevo una rubrica dove rispondevo alle lettere dei lettori ( che poi per la maggior parte erano lettrici). E ho cominciato a notare che diverse donne si rivolgevamo a me, per parlarmi dei loro problemi: principalmente coi figli: convivenze, separazioni, divorzi. Situazioni, che queste madri vivevano malissimo certo per la sofferenza che generavano nei loro figli, ma anche perché le mettevano in conflitto con la chiesa. Come gestire queste situazioni con la loro fede, con il loro accostarsi ai sacramenti?

Mi stupiva soprattutto che sentissero il bisogno di parlarne con me piuttosto che con il prete di riferimento. E’ stata questa un po’ come la prima avvisaglia che c’era qualcosa che mancava. Qualcosa che queste donne non trovano. Innanzitutto, penso l’ascolto di queste strie e poi l’accoglienzadi questa loro sofferenza. Una sofferenza che alla fine, per tante, ha coinciso con l’allontanamento dalla Chiesa.

Ho iniziato a pormi delle domande. Ma, mi chiedevo: che cosa il mio parroco, la chiesa in generale potesse dire a queste donne: non solo alle spose e madri, ma anche a chi non lo era più, non lo era mai stato e semplicemente, si interrogandosi per trovare il proprio posto nel mondo.

E lo stesso travaglio è entrato dentro di me. Dal momento che ho cessato di sentirmi prima di tutto e solamente madre, sono iniziate le sfide. Ho iniziato ad avvertire un sottile disagio, una perdita di contatto con una chiesa che sentivo non parlarmi più, in cui non mi sentivo rappresentata e che -mi accorgevo- non era in grado di parlare alle mie amiche single, divorziate, piene di domande. Col risultato che, una dopo l’altra cessava di frequentare la parrocchia, portando le sue domande – ma anche la sua fede- altrove . Cercando in altri circoli, altri luoghi, qualcosa che non trovava né nella messa domenicale, né nel dialogo col parroco e neppure nella comunità parrocchiale, avvertita sempre di più come un club esclusivo per persone integre e soprattutto: “regolari”

E un giorno -ricordo che stavo stirando- ho sentito alla radio una trasmissione su un convegno di teologhe che si era tenuto all’eremo di Camaldoli sul tema “Una chiesa di donne e uomini” e sono come trasecolata: mi si è aperto un mondo di cui mai nessuno mi aveva parlato e che per contro parlava a me: che raccontava una storia in cui c’ero anch’io: non in virtù dei miei figli ma io come donna. E ho scoperto che la bibbia non solo è piena di volti e di storie di donne ma che nessuna narrazione, nessun omelia, nessun incontro o convengo mi aveva fatto incontrare prima e che forse anche per questo, mi erano state sempre apparse o state presentate come delle comparse. Funzionali ad un’altra narrazione. E non quali figure fondamentali all’interno della Storia della Salvezza per tutti: uomini e donne!

E’ stata una scoperta che mi ha regalato un entusiasmo che non mi ha più abbandonata. E’ stato un filone che mi si è aperto davanti e che mi ha fatto capire che esiste: una narrazione femminile ed una narrazione maschile. Non solo nella bibbia, non solo nella teologia, non solo nella Chiesa. Ma ovunque. E che per millenni quella maschile ha prevalso e pesato ( e permettetemi di dire che pesa e ancora prevale) in un mondo, come quello della chiesa, strutturalmente abitato, gestito e concretamente vissuto da uomini.

E questa è la strada che da dieci anni a questa parte – e arrivo alla fine- l’Unione femminile ha imboccato. Una strada verso l’auto-consapevolezza e la presa di coscienza -prima di tutto. Un percorso che sentiamo di voler condividere con gli uomini, percorrere insieme agli uomini. Perché è “nell’insieme” che c’è la pienezza: perché si respira meglio se si utilizzano entrambi i polmoni, si vede meglio ad usare due occhi, si sta meglio se si cammina fianco a fianco, piuttosto uno dietro l’altro.

Una strada ancora poco praticata, devo dire, e poco conosciuta, o ri-conosciuta, dalle stesse donne. E qui parlo della nostra diocesi. Da un lato le donne consapevoli, quelle che si accorgono di questa invisibilità e che sono stanche di essere sempre solo “sott’intese” o tacitamente “incluse” nel maschile generalizzato, se ne sono già andate dalla Chiesa. Dall’altro, quelle rimaste si sono allineate sul modello maschile e patriarcale che viene loro proposto e lo hanno fatto diventare loro. ( donne che parlano e pensano al maschile)

Io sono profondamente grata a tutte le donne che attraverso il libro di Luigi Maffezzoli ho potuto conoscere. E a tutte quelle che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente e che hanno camminato prima di me all’interno di questa storia.
La loro frequentazione mi ha permesso di restare in questa Chiesa che ho scelto, che amo, che sento come casa mia e alla quale voglio partecipare, senza sentirmi -per parafrasare il titolo del libro di Paola Cavallari, – la “costola” di nessuno.

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La guerra, la pandemia e un gruppo di giovani donne impegnate

Di Corinne Zaugg

Care amiche, cari amici,
Abbiamo alle nostre spalle mesi che non ci saremmo mai aspettati di vivere.
Neppure i più anziani tra di noi riescono a ricordare qualcosa di simile. Forse la cosa più simile a cui la memoria ci ha fatto attingere, è stata la guerra: la prima, la seconda…
E forse, per questo, il linguaggio con cui questa pandemia ci è stata raccontata dai giornali, spesso ha utilizzato proprio questo linguaggio. Con un nemico da combattere, persone da mandare al fronte e altre da tenere in trincee, mentre altre ancora costrette a rispettare il coprifuoco. E anche quel lungo convoglio di veicoli militari che usciva dalla città di Brescia, per portare le salme a crematori situati fuori provincia, ci ha fatti davvero ripiombare, nel periodo bellico.
E’ stata una scelta impropria. Anche nelle peggiori tragedie occorre avere la fantasia di guardare avanti, senza prendere a prestito scenari già conosciuti e con essi, parole già spese e già anche logorate dall’uso. Le parole contano, danno forma ai pensieri che consegniamo agli altri. Abbiamo vissuto, stiamo vivendo e ancora non sappiamo fino a quando, momenti difficili e carichi di dolore, di domande, di incertezza.
Momenti che meritano parole nuove. Parole che non attingano a scenari di odio, di morte, di sopraffazione e neppure ai poteri forti, ma che sappiano raccontarci un mondo che un mattino si trova malato, bisognoso, fragile e impotente di fronte ad un virus di cui non sa nulla. Eccetto che porta una corona in capo. E che ora, mentre le cifre (le “cifre”, non il “bollettino di guerra”) ci raccontano ogni giorno di più, che ci stiamo allontanando dal momento più duro della pandemia, ci chiede di affrontare un’altra sfida difficilissima: quella di immaginare, pensare, costruire una società diversa, che possa far guarire non solo chi di coronavirus, si è ammalato; ma anche il nostro modo di vivere che ha fatto ammalare il mondo.
Un compito immenso, che non possiamo però delegare ai soli politici (a cui va il nostro riconoscente grazie per averci traghettato fin qui) ma che dovremo assumerci attraverso le scelte di ogni giorno.
In questo scenario, impensabile e totalmente imprevedibile, viene quest’anno a cadere il centenario dell’Unione Femminile. Cento anni sono infatti trascorsi da quando una generazione di giovani donne ticinesi sentì di dover far risuonare anche a sua voce, all’interno della società ticinese.

La tragedia che si era abbattuta sull’Europa, in quegli anni, era spaventosa. Si erano appena spente le luci sulla Prima guerra mondiale. Questa sì una guerra: una guerra che si era portata via 16 milioni di persone e più di 20 milioni tra feriti e mutilati. E come se non bastasse, proprio mentre la guerra stava scemando, si accese la pandemia più virulenta che l’Europa potesse ricordare – la “Spagnola”- e che contrariamente con quanto era accaduto con la guerra, non risparmiò neppure la Svizzera, dove causò 75 mila morti: 50 milioni in tutto il mondo.
Ecco, è questo lo scenario che vide nascere cento anni fa l’Unione femminile.
Forse oggi, riusciamo meglio, anche solo di alcuni mesi fa, a capire che cosa mosse queste giovani donne a decidere che era arrivato il momento di unirsi, per dare anche il loro contributo alla guarigione di quel mondo, due volte ammalato. Di guerra e di epidemia.
(fine prima puntata)

 

Cari amici e amiche dell’UFCT e dell’ACT, cari abbonati di Spighe.
Questa pandemia come già sappiamo, oltre che aver distanziato le persone, ha avuto anche delle conseguenze economiche. Fra i tanti che hanno bisogno di sostegno, vi chiediamo di avere particolare attenzione per i monasteri e i conventi della nostra terra.
Essendo state proibite le celebrazioni e limitati gli spostamenti, sono infatti diminuiti gli introiti finanziari e le offerte in natura.
In particolare ci permettiamo di segnalarvi, perché molto vicini alla nostra rivista e alla nostra esperienza:

  • Il Monastero dei Ss Francesco e Chiara di Cademario CCP 69–3686-5
  • Il Monastero di S. Maria Assunta sopra Claro
  • La Fraternità Francescana di Betania a Rovio c/o Fondazione Betania, Rovio Banca Raiffeisen Stabio IBAN CH09 8036 5000 0027 7660 1
  • Il Convento dei frati cappuccini del Bigorio CCP 69-186-7

Qualora ci fossero altre realtà che abbisognano di aiuto, vi preghiamo di comunicarcelo. Provvederemo a segnalarlo sul prossimo numero.
Diamo una mano a sorella Provvidenza! Grazie!